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Quali furono i primi esperimenti sull’elettrolisi dell’acqua? La dimostrazione pratica che pochi sanno ricostruire

📅 11 Agosto 2026✍️ di Davide Piacenza⏱️ 4 min di lettura

I primi esperimenti riusciti di scomposizione dell’acqua per corrente elettrica furono di William Nicholson e Anthony Carlisle nel 1800, usando la nuova pila di Volta. Prima di loro, gli olandesi Deiman e Paets van Troostwijk avevano mostrato il fenomeno con scariche di Bottiglia di Leida. La dimostrazione più eloquente resta quella di Nicholson e Carlisle: due elettrodi in acqua conduttrice e bolle di idrogeno e ossigeno in rapporto 2:1. Elettrolisi

Dalla scarica alla corrente continua

Tra anni 1780 e 1790, Jan Rudolph Deiman e Adriaan Paets van Troostwijk usarono scariche ad alta tensione per intaccare l’acqua. Il segnale c’era, ma intermittente e poco misurabile.

Nel 1800 arriva la svolta: la pila di Alessandro Volta fornisce corrente continua e stabile. È il cambio di paradigma. La chimica può essere forzata con regolarità, non a colpi di scintilla.

Da quel momento l’acqua smette di essere un mistero: sotto elettricità si divide in due gas. Serve solo un elettrolita per facilitare il passaggio di carica.

Nicholson e Carlisle, 1800: l’esperimento che fa scuola

Con la nuova pila, Nicholson e Carlisle immergono due fili metallici in acqua leggermente conduttrice. Al negativo si formano bolle abbondanti di idrogeno. Al positivo, ossigeno, in volume dimezzato.

Osservano anche variazioni di acidità e basicità attorno agli elettrodi. La cartina di tornasole vira diversamente vicino ai due poli. Nasce la mappa qualitativa della separazione ionica.

È il primo protocollo riproducibile di laboratorio. Misurabile. Trasferibile. Il rapporto 2:1 tra gas sancisce la stechiometria dell’acqua. La pila rende l’elettrochimica un metodo di indagine, non un trucco da gabinetto fisico.

La prova che pochi ricostruiscono oggi

Pochi ricordano la versione “da banco ottico” dell’800: la goccia su vetro. Mostra, in modo pulito, come l’elettrolisi nasce sulla scala dei millimetri.

Cosa serve: un vetrino trasparente, due puntali metallici sottili (acciaio inox o grafite), una batteria a bassa tensione, acqua con un pizzico di bicarbonato, una striscia di cartina tornasole.

Come si fa, in breve: si appoggia una piccola goccia sul vetro; si avvicinano le punte collegate ai poli, immerse ai bordi opposti della goccia, senza toccarsi; si osservano le bolle: più fitte alla punta collegata al negativo. La cartina, accostata alla goccia, vira blu lato negativo (formazione di specie basiche) e rosso lato positivo (specie acide).

Perché funziona: la goccia sottile concentra il campo elettrico tra le punte. Le distanze sono minime, le resistenze modeste, e il fenomeno diventa evidente anche con pochi volt. È un micro-reattore elettrolitico a vista.

Sicurezza: lavorare in luogo aerato e lontano da fiamme libere. Correnti e tensioni sono basse; si scalda appena. Interrompere se la goccia evapora o se le punte anneriscono.

Quando ero ragazzo, con mio padre rifacevamo questa prova su un vetrino di recupero. Bastava un portapile e due pezzetti di grafite. È una finestra diretta sulla chimica dei materiali: gas che nascono, pH che cambia, interfacce che si muovono.

Davy, Faraday e la misura

Fra il 1807 e il 1812 Humphry Davy spinge l’elettrolisi oltre l’acqua, fino ai sali fusi. La logica è la stessa: gli ioni migrano verso gli elettrodi e si trasformano. Potassio e sodio vengono isolati per la prima volta.

Tra 1832 e 1834 Michael Faraday formalizza tutto: introduce termini come anodo, catodo, ione e “elettrolisi”, e mostra che la quantità di sostanza trasformata è proporzionale alla carica passata. Le sue leggi sono la griglia che mancava. Legge di Faraday sull’elettrolisi

L’Hofmann voltameter, nato a metà Ottocento, rende didattico ciò che Nicholson e Carlisle avevano osservato. Tre tubi di vetro mostrano il rapporto 2:1 dei gas. Si misura, si confronta, si insegna.

Dalla cella gassosa di Grove agli elettrolizzatori

Nel 1839 William Grove chiude il cerchio: se l’acqua si scinde con l’elettricità, l’idrogeno e l’ossigeno possono restituirla generando elettricità. È l’embrione della pila a combustibile.

Oggi, la stessa logica muove gli elettrolizzatori alcalini e a membrana scambio protonico. Cambiano i materiali, migliorano le efficienze, ma la fisica è quella vista nella goccia su vetro: interfacce, ioni, elettroni.

Capire la storia aiuta a progettare il futuro. L’elettrolisi domestica, se fatta con criterio, è una scuola di pensiero pratico. Mostra perché un elettrodo inerte costa, perché un elettrolita “giusto” fa la differenza, perché i millimetri contano quanto i volt.

Cosa resta dell’esperimento originario

Tre messaggi chiave. Primo: serve continuità di corrente per una reazione continua. Secondo: l’acqua “pura” non basta; la conducibilità è parte dell’esperimento. Terzo: l’osservazione del rapporto 2:1 è la prova di composizione, non un ornamento visivo.

Ricostruire oggi la dimostrazione della goccia su vetro non è nostalgia. È un test rapido per vedere la chimica dove nasce, sull’interfaccia. Da lì discendono batterie migliori, catalizzatori più selettivi, e processi industriali più puliti.

Davide Piacenza

Dopo aver esplorato la chimica dei materiali tramite piccoli esperimenti casalinghi con il padre, Davide si è appassionato alle batterie e alle energie alternative. Oggi scrive di come gli esperimenti domestici possano trasformarsi in innovazione reale.

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