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Come è stato isolato il primo elemento chimico? Il procedimento sperimentale che ancora oggi stupisce

📅 10 Agosto 2026✍️ di Niccolò Galeani⏱️ 4 min di lettura

La storia della chimica moderna comincia con un gesto apparentemente semplice: isolare. Nel 1774, quando il chimico svedese Carl Wilhelm Scheele riuscì a separare l’ossigeno da una miscela di minerali riscaldati, non stava solo scoprendo un gas. Stava tracciando il percorso che avrebbe rivoluzionato la comprensione della materia. Non era il primo esperimento di isolamento chimico, ma rappresentava un cambio di paradigma: la consapevolezza metodica che la purificazione attraverso procedimenti controllati potesse rivelare i componenti fondamentali della realtà.

Mi affascinano questi momenti di transizione nella storia della scienza. Negli ultimi mesi ho ripensato spesso a quegli esperimenti mentre lavoro sui miei piccoli reattori di purificazione dell’acqua. Ogni volta che riesco a separare un componente indesiderato, realizzo di stare ripercorrendo i passi di coloro che, secoli fa, hanno costruito le fondamenta di ciò che oggi diamo per scontato.

Il contesto scientifico del Settecento

All’inizio del XVIII secolo, la chimica era ancora dominata da concezioni ereditarietà alchimistica. Si credeva che la materia fosse composta da quattro elementi aristotelici: terra, acqua, aria e fuoco. Non esisteva una metodologia universale per separare i componenti di una sostanza in modo riproducibile e scientifico.

Le attrezzature erano rudimentali rispetto ai nostri standard attuali. Fornaci a legna, alambicchi di vetro soffiato a mano, strumenti di misurazione imprecisi. Eppure proprio da questa semplicità nascevano le domande giuste: cosa rimane quando bruciamo una sostanza? Come possiamo raccogliere ciò che evapora? Come distinguiamo un gas da un altro?

La comunità scientifica dell’epoca cominciava a sentire l’urgenza di una risposta. Il metodo scientifico stava prendendo forma grazie a figure come Robert Boyle e Antoine Lavoisier, che insistevano sulla ripetibilità degli esperimenti e sulla misurazione precisa.

L’esperimento che cambiò tutto: l’isolamento dell’ossigeno

Carl Wilhelm Scheele lavorava in uno studio modesto a Köping, una piccola città svedese. Tra il 1771 e il 1774 condusse una serie di esperimenti su minerali contenenti manganese. Il suo metodo era quello della riduzione termica: riscaldava il minerale, raccoglieva i gas prodotti e li analizzava osservando come interagivano con altre sostanze.

Quando introdusse un carboncino acceso nel gas che aveva raccolto, notò qualcosa di straordinario: il carboncino brillava più intensamente del solito. Non era semplicemente aria, la cui composizione era nota da secoli. Era qualcosa di nuovo. Una sostanza pura che accelerava la combustione.

Scheele non pubblicò subito i risultati. Lavoisier, indipendentemente, giunse alle medesime conclusioni alcuni anni dopo e fu il primo a diffondere la scoperta nella comunità scientifica internazionale. La priorità della scoperta rimane contesa, ma il significato è univoco: per la prima volta nella storia moderna, un elemento chimico era stato isolato deliberatamente, seguendo un procedimento replicabile.

Da autodidatta appassionato quale sono, devo ammettere che leggere i dettagli di quegli esperimenti mi ha insegnato una lezione preziosa: la perseveranza nel protocollo conta più dell’apparecchiatura raffinata. Scheele non aveva laboratori climatizzati né strumentazione digitale. Aveva intuizione, metodo e la capacità di osservare attentamente.

Il procedimento sperimentale che sorprende ancora oggi

Cosa rende l’isolamento dell’ossigeno un esperimento che continua a stupire? La risposta è nella sua semplicità concettuale e nella profondità dei risultati. Il procedimento di base rimane invariato dopo 250 anni:

Si parte da una fonte naturale, in questo caso un minerale. Si applica calore secondo una curva controllata. Si raccoglie il gas prodotto attraverso uno spostamento d’acqua o di mercurio. Si sottopone il gas raccolto a test di reattività: la combustione accelerata è il segnale distintivo.

Nel mio laboratorio di provincia, quando riesco a purificare l’acqua attraverso processi di ossidazione catalitica, sto usando principi chimici che discendono direttamente dall’isolamento dell’ossigeno. La catalisi chimica moderna poggia su fondamenta gettate da questi primi esperimenti.

Ciò che stupisce è la riproducibilità. Se ripeti l’esperimento di Scheele con i materiali moderni, ottieni lo stesso risultato. Non è magia, è scienza. E quella differenza rappresenta il confine tra superstizione e conoscenza autentica.

L’eredità scientifica e gli insegnamenti contemporanei

L’isolamento dell’ossigeno non fu un colpo di fortuna. Fu il risultato di una metodologia consapevole che pose le basi per il proseguimento della ricerca. Negli anni successivi, con il medesimo approccio, vennero isolati l’idrogeno, l’azoto e decine di altri elementi.

Tra i miei fallimenti più memorabili figura il tentativo di purificare l’acqua utilizzando un procedimento che avevo inventato di sana pianta, senza consultare la letteratura scientifica disponibile. Il risultato? Una soluzione che era ancora più inquinata di quella di partenza. Fu l’occasione per ricordare che il metodo scientifico esiste proprio per evitare questi cortocircuiti.

Gli esperimenti di Scheele insegnano che la ricerca scientifica prospera quando combina curiosità, pazienza e rigore metodico. Non serve tecnologia costosa. Serve la domanda giusta e la capacità di ascoltare ciò che la materia sta cercando di dirci.

Ancora oggi, quando i giovani mi chiedono come iniziare a fare chimica sperimentale, rimando loro al Settecento: iniziate con esperimenti semplici, documentate ogni passo, ripetete fino a ottenere risultati coerenti. Il resto verrà da sé.

Niccolò Galeani

Dalla sua officina di provincia, Niccolò ha visto nascere e fallire molti esperimenti; da autodidatta appassionato, ha costruito piccoli reattori per processi di purificazione dell’acqua. Oggi racconta con ironia le sue lezioni imparate tra errori e successi.

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